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Sono sincera, all’inizio non capivo gli sguardi preoccupati o compassionevoli che amici e conoscenti mi rivolgevano quando dicevo di essere una partita Iva.
Forse perché, al rientro da Berlino, facevo fatica a cogliere l’immaginario del freelance squattrinato, senza tutele né agevolazioni così radicato in Italia. Ho capito presto che per molte persone, in questo Paese, la partita Iva non è stata necessariamente una scelta libera, quanto una condizione capitata più che desiderata.

Nella mia storia però, come in quella di molti altri, è andata diversamente.

Quella della libera professione è stata una scelta deliberata, consapevole e tutto sommato molto azzeccata. Ho preferito indossare questo vestito rispetto alla carriera in azienda che mi aspettava e ho deciso che avrei sperimentato fin da subito una condizione di libertà e di valore del mio lavoro.
In questi anni sono cresciuta ma ho fatto anche una serie di errori di valutazione che mi hanno probabilmente impedito di crescere meglio. Troppo lavoro tutto insieme, troppo poco tempo per il mio business, stanchezza creativa ed emotiva, clienti sbagliati, perdite di tempo, mala comunicazione.

Così eccomi qua, a volgere uno sguardo dentro. Perché è sempre troppo facile togliersi dalla responsabilità di ciò che ci accade e che è spesso il puro e semplice esito di una serie di errori che commettiamo ai nostri danni.
Errori dai quali, se sei partita Iva, hai voglia di imparare qualcosa e di trovarci un senso.
Per cui eccomi qua, a provare a mettere un punto e a capo a tre cose sbagliate dello scorso anno.

NON HO MESSO UN FILTRO-CLIENTE

Su questo punto sono stata molto naïf, lo ammetto. Ho accettato clienti per nulla in linea con il mio metodo e con il mio approccio al lavoro. Questo mi ha permesso di capire meglio però, che ci sono due tipologie di clienti: quelli che posso realmente aiutare a ottenere risultati e quelli per i quali qualsiasi mio intervento sarà un’inutile perdita di tempo.
I primi hanno una mentalità rivolta alla crescita. Quasi ossessionati dal benessere dei loro clienti, sono quelli che prendono in mano la responsabilità della propria attività, che sbagliano e imparano, non si aspettano miracoli, rispettano i tempi e conoscono bene il confine tra ciò in cui io posso aiutarli e ciò che spetta a loro mettere in azione. Sono clienti che mi assomigliano: sognano in grande mentre si rimboccano le maniche.

I clienti con cui invece NON lavoro bene sono quelli che si aspettano che un consulente gli svolti la vita. Sono quelli che pensano che tu abbia una bacchetta magica risolutoria e affrontano il lavoro sottovalutando gli sforzi che ci sono dietro un marketing ben fatto. Sono quelli che non ci sono risorse né budget eppure si aspettano risultati stellari.
I clienti con cui non funziono sono quelli che scrivono i whatsapp anche di sabato, che hanno fretta e hanno bisogno di entrate. Quelli che si aspettano un dipendente anziché un collaboratore.

Di questi clienti purtroppo ne ho avuto alcuni nel 2020 e ho giurato a me stessa fossero gli ultimi. E non per una mera questione di affinità elettive, ma per un dato oggettivo: se vendi servizi non puoi far ottenere risultati a tutti, ma solo ai clienti che presentano fin dall’inizio determinate caratteristiche di compatibilità.
Pensare di essere per tutti o poter davvero aiutare tutti è un errore ed è qui che è il momento di mettere in atto un filtro cliente: per scegliere meglio e lavorare meglio.

NON HO DELEGATO O HO DELEGATO MALISSIMO

E questo è un punto molto doloroso per me. Nella fase di rebranding del sito (che è ancora in costruzione, ma ce la faremo!), mi sono lasciata prendere dall’entusiasmo e dall’istinto, scegliendo troppo spesso i passi da fare di pancia e non di testa. Ho dato ascolto a un sacco di emozioni contrastanti che mi hanno portato a scegliere contesti e situazioni sbagliati, a perdere il focus sulle priorità, a voler fare da sola alcune parti peccando di hybris.
Ho dovuto prendermi del tempo per digerire la mia tendenza al controllo, il fastidio per le scelte sbagliate e i ritardi ma soprattutto per elaborare due cose: quando il progetto tocca te e la tua attività in prima persona, è facile che tu perda di obiettività. Affidarsi a un professionista esterno ti salva, purché trovi quello giusto e soprattutto purché impari molto molto bene a spiegare cosa vuoi esattamente da lui/lei.

DI TUTTO “TROPPO”

Questa è una questione per cui forse un blog post non basterebbe. Ho fatto il più classico degli errori di valutazione: ho detto troppi sì, caricandomi di un troppo che mi ha poi tolto energie. Forse perché ho sempre avuto un’innata paura di perdere delle occasioni o forse perché il mio essere poliedrica mi porta spesso a ritrovarmi in situazioni diverse da loro e molto allettanti, tra le quali non è poi facile scegliere. Fatto sta che mi sono sentita come se la mia parte più creativa e generativa fosse troppo lontano perché io, con la mia stanchezza mentale, riuscissi a raggiungerla.
Se il tuo business è in crescita quindi, non posso quindi che consigliarti spassionatamente due cose: impara a riconoscere la soglia del tuo “troppo” e proteggi i tuoi “sì”. Dedicali a ciò che vale la pena, che ti rispecchia, che è allineato con te.

Perché quando sei una partita IVA, in fondo, l’asset più importante sei tu.

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