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Non sono mai stata una persona particolarmente competitiva. Da bambina trovavo scuse sempre molto creative per sottrarmi all’incombenza della partita della domenica della mia squadra di pallavolo. Amavo piuttosto discipline come la danza, la ginnastica, i corsi di teatro, i laboratori artistici e tutti i microcosmi in cui si lavorava in sinergia per creare spettacoli o coreografie, in cui il fine ultimo era un’esibizione e non una vittoria. I compagni e le compagne che lottavano con energia e passione per portare a casa il risultato li osservavo da lontano, senza capirli davvero e mi chiedevo, quasi con senso di colpa, come mai io non fossi animata da quella stessa voglia di vincere.

Ho pensato per un po’ che a differenziarci fosse l’ambizione, poi ho capito che non è così, perché l’ambizione e la capacità di raggiungere obiettivi dimora anche in chi non ha un approccio marcatamente competitivo. A ben vedere anzi, è stata proprio l’ambizione il mio faro negli anni.
A cambiare è piuttosto  il modo in cui si raggiungono dei risultati:  c’è chi per indole viene acceso e stimolato all’idea di una sfida e chi invece, se può, la evita. Si vive benissimo una volta che si accetta questo lato di sé, ma se si intende aprire un’attività ci si deve necessariamente confrontare con un mercato competitivo.

Da qui mi sono posta il problema: come ci si approccia alla concorrenza quando non ci si sente competitivi?

La concorrenza esiste e non puoi ignorarla

Il rapporto con la concorrenza è sempre un tema molto caldo, che spesso si affronta con due approcci opposti: la negazione o l’ossessione.
Da un lato c’è chi si comporta come se i concorrenti non esistessero, ne ignora il confronto e va avanti per la sua strada, proponendosi a un mercato saturo e correndo il rischio di non differenziarsi e non trovare sufficienti clienti.
Al lato opposto c’è chi, al contrario, investe moltissime energie nel “battere la concorrenza”, rimanendo quasi intrappolato nell’ossessione del fare meglio degli altri e lavorando più in opposizione ai competitor che in favore dei bisogni del cliente.

C’è un altro modo di competere?

Nel 2005 è uscito un libro, “La strategia oceano blu”, che ha proposto una tesi interessante secondo la quale il mercato si dividerebbe in due settori proprio in rapporto all’approccio ai competitor.  C’è l’oceano rosso che è l’arena in cui i concorrenti si “scannano” per guadagnare più quote di mercato, più clienti, più vendite. Il rosso è quello del sangue di una gara continua e votata al ribasso dei prezzi.
L’altro mare è un mare calmo, un oceano blu in cui nuotare indisturbati perché si è riusciti a differenziarsi così tanto da non avere praticamente più rivali diretti. Classico esempio della strategia oceano blu è il Cirque du Soleil, che poteva competere nel settore circense insieme a tutti gli altri circhi, andando così a finire nell’oceano rosso. Invece ha scelto di proporsi in maniera radicalmente nuova: rivoluzionando il suo prodotto (eliminando l’impiego di animali) e creando una nuova formula di intrattenimento che è riuscita a intercettare un nuovo target, disposto a spendere significativamente di più che per un regolare spettacolo da circo.

Fare la differenza per non subire la concorrenza

Certo, non tutti abbiamo la genialità del Cirque du Soleil, ma abbiamo comunque in mano la possibilità di identificare i nostri elementi creativi e originali, quelli che ci differenziano sia come attività che come professionisti.

Aprendoci a questa ricerca costruiamo una competizione positiva da cui nascono una serie di benefici:

  • alziamo l’asticella perché cominciamo a lavorare sul nostro valore e sul vero motivo per cui qualcuno dovrebbe scegliere noi e non qualcun altro,
  • ci rimettiamo in contatto con la nostra parte creativa, pensando ai veri bisogni del cliente e a modi nuovi e originali con cui soddisfarli
  • acquisiamo consapevolezza e sicurezza della nostra attività e attiviamo collaborazioni positive anche con chi offre servizi simili o complementari ai nostri, perché improvvisamente sappiamo esattamente ciò che valiamo e di cosa ci rende davvero unici.

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