Questa è una storia

come tante altre storie. Unica

Per conoscere ciò che ha forgiato la persona che sono, tra approccio umanistico e analitico, ricerca e creatività e forse anche per scoprire anche quanto si assomigliano le traiettorie delle nostre vite, mettiti comodo e buona lettura.

A ben guardare, certi fuochi sono sempre stati lì

Delle estati della mia infanzia in Sardegna ricordo tre cose.
Il sole che spacca le pietre, i pomeriggi dilatati all’infinito e una piccola me che combatte la noia dando vita al mercatino del vicinato.

Partito con una cassetta in plastica si è poi evoluto in triplici banchetti e da una manciata di collanine fatte a meno, si è arrivati a una sostanziale compravendita di biglie e ciucciotti anni ‘90.
In quei luglio e agosto di tanti anni fa, scopro una profonda gioia nel trovare l’oggetto giusto per ogni persona.** Ancora non lo sapevo che quel senso di impagabile soddisfazione, quel vedere una scintilla di felicità negli occhi di chi per 500 lire si trovava in mano ciò che desiderava, era l’essenza di un marketing ben fatto.

E chi avrebbe mai immaginato in quel periodo di ginocchia sbucciate, fior di fragola, corse in bicicletta e riletture infinite di [*Ascolta il mio cuore*](https://it.wikipedia.org/wiki/Ascolta_il_mio_cuore), che la parola **marketing** avrebbe designato il campo d’elezione del mio futuro professionale.

Eppure, in un certo senso mi piace pensare che fosse già tutto lì, perché quando mettiamo a fuoco il passato e lo sgraniamo al dettaglio, come con una lente di ingrandimento, notiamo che certi fuochi che abbiamo dentro dentro, se scavi e scavi, sono sempre stati lì. Intatti.

Nel dubbio fai una scelta di coraggio

Quando l’epoca dei mercatini si dissolse, lasciò spazio ai poster di Di Caprio, allo Ska e ai primi festival musicali, alla comitiva di amici del parco, ai CD di Tomb Raider rigorosamente masterizzati, Napster e il contrabbando di canzoni cantante a squarciagola dal finestrino della clio verde (per gli amici “*la raganella*”) della migliore amica neo-patentata.
In quelle notti di cieli limpidi e liberi, di una Sardegna iconica che avrebbe fatto da scenario ai più bei ricordi della mia vita, un grande spartiacque mi attendeva in fondo, come a segnare inesorabile la fine del tunnel dell’adolescenza.
**La scelta del cosa fare da grandi.**

Dietro la decisione dell’università sembrava esserci una solennità dal sapore ineluttabile; come se davvero avrebbe poi determinato l’esito delle nostre vite.

Mentre una generazione intera stava inconsapevolmente marciando verso una crisi economica, una lunga serie di carriere non lineari e la messa in discussione della retorica dell’infinito progresso, tra i banchi del mio liceo di provincia si faceva **sempre più incalzante la domanda**: *”Alla fine cosa hai deciso di fare? Vai via o rimani?”*

E puntualmente mi si apriva **il mare dentro**.

Hai presente quei momenti in cui la vita ci mette davanti a un bivio e all’inizio ti sembra che le due strade si dividano in un onesto 50% di qua e 50% di là?
Solo dopo ti rendi conto che c’è sempre stata una via radicalmente più giusta per te, ma inizialmente vederla fa troppo male; come se non fossi ancora pronto.

Così a 18 anni, la mia scelta tra **lasciare la Sardegna o rimanerci** ha la forma di una moneta che, al tiro in aria del destino, avrebbe dato testa o croce in egual misura.

Nel dubbio, fai una scelta di coraggio

## Da un lato, la morbida coperta di Linus fatta della possibilità di proseguire gli studi vicino al luogo caro degli affetti; la piazza, la casa, le facce rassicuranti del conosciuto, i sorrisi amici. La sicurezza. La prossimità.

Dall’altro, la sensazione di restare in una stanza dal soffitto troppo basso, dove non puoi davvero allungare le braccia completamente. E un costante vuoto allo stomaco al pensiero di **che vita avrei scelto di non conoscere** oltre le colonne di Ercole.

Giacche nere e tiralatte

Iniziarono anni pazzeschi.
In accordo con il mio allora compagno, decidemmo di tornare a Bologna come famiglia. Un trasloco insulare, una neonata e… appena messo piede in città, una pandemia di Covid da affrontare.

In quel periodo crebbe esponenzialmente anche la richiesta di lavoro.

La trama del tempo diventò sempre più stringente su entrambi i fronti: lavoro e privato.

Lockdown, poppate continue e una routine di notti insonni e litri di caffè per mantenere alte le prestazioni professionali.
Ogni mattina una doccia fredda, una buona dose di trucco e una giacca nera segnavano l’inizio delle consulenze online.
La sera, mi addormentavo alle otto e mezza con addosso un pigiama che sapeva di latte e neonato.

Quell’anno feci il picco di fatturato rispetto agli anni precedenti e non mi accorsi nemmeno di scivolare in quella che era a tutti gli effetti una sindrome da burnout.