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 In Comunicazione web, Riflessioni

Ci sono cose che ho sempre detto di me: sono timida, sono introversa, sono chiusa.
Etichette che mi sono impressa addosso quando nel piccolo liceo di provincia facevo fatica a trovare una voce e un centro.
Anni tremendi quelli, di confusione, altalene di dolore ed euforia fuori contesto: la vertigine continua del non conoscersi. Tuffi nelle relazioni, sguardi a cui non potevo rinunciare, il bisogno di cucirmi addosso delle parole che mi tenessero salda a terra.

Poi è successo che sono cresciuta e lentamente ho lasciato andare le parti più feroci di me, in favore di un amore per me stessa che è stato un continuo lavoro di ricerca del senso delle cose, dentro le cose.
Ogni passo in questa direzione mi rendeva più sicura e meno spaventata all’idea di buttare uno sguardo allo specchio delle mie fragilità.

E così ho scoperto che non è vero che sono timida-introversa-chiusa.

Ho un’indole in realtà piuttosto socievole, ma amo il silenzio. Mi piace parlare quando ho qualcosa da dire. Mi apro agli altri quando ne sono incuriosita e in quel caso è un susseguirsi di domande.
Questo per dire che le etichette di timida-introversa-chiusa me le sono cucite addosso perché mi faceva comodo occupare quello spazio: l’angolo confortante e tranquillo del “sono fatta così”.

 

 

Cosa succede quando “sei fatta così”

Ti ripeti che sei timida-introversa-chiusa, quindi no, non parlerai a quell’incontro. Perché non è da te. Non interverrai in quel gruppo di persone. Non ti esporrai sui social perché poi chissà come ti vedono. La tua voce rimarrà lì, arenata tra le tue corde vocali, costretta e sottomessa.
E quando sentirai qualcosa che ti bolle dentro, un senso di ingiustizia e di incompiuto non capirai subito che sarà semplicemente il segnale del corpo di un torto che stai compiendo a te stessa.

È sentendomi così più volte che ho capito che le etichette servivano solo a coprirmi: non volevo sentirmi vulnerabile, né disattendere le aspettative dell’interlocutore, né rischiare di non piacere.
Scardinare questa convinzione, accettare che non mi espongo per piacere agli altri ma per occupare un mio posto nel mondo, mi ha permesso di lasciare nel divano la coperta di Linus.

 

Trova la tua voce

Non starò qui a menartela su quanto è importante esporsi sui social, pubblicare con regolarità e costanza, fare i video che piacciono tanto all’algoritmo e a dirti: “Dai su, provaci! Esci dalla comfort zone! Mettici la faccia, ti conviene!”

Sarò qui a chiederti invece: qual è la tua voce?
Quali etichette ti sei cucita addosso che forse non sono poi così utili?
Quali sforzi stai facendo per dimostrare di essere qualcuno che in fondo non sei?

Mi piacerebbe che piuttosto che correre a imparare a fare video, podcast e stories perché tutti ci dicono di farlo, facessimo una cosa più difficile ma anche più utile: comunicassimo partendo da noi, dalla nostra personalità.
Quindi stasera molla il telefono per un po’, metti tutti a tacere e prendi un foglio bianco. Raccontagli chi sei e poi screma le parole, tenendo strette solo quelle che ti contengono e ti rappresentano davvero.

Una comunicazione che funziona è una comunicazione che emoziona.
Per emozionare ci devi essere tu.
Ma tu, ci sei?

 

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