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 In Riflessioni

Questo blog si è fermato a febbraio.
Qualche mese prima scoprivo di essere incinta, (più o meno) inaspettatamente.
Per un po’ ho fatto finta di nulla. Ho mantenuto un flusso di lavoro costante, ho tenuto le fila di tutto ciò che c’era sempre stato prima: i ritmi, gli incastri, gli incontri e l’energia di sempre. Finché, insieme all’attesa di questo sconvolgente cambiamento, sono arrivati certi segnali del corpo che mi hanno costretto a prendere atto di una necessità inderogabile: dovevo rallentare.

Le cose che ho sbagliato

Non ho smesso di lavorare, ho smesso di comunicare nei miei canali e l’ho fatto improvvisamente. E questo è un errore per mille motivi e potrei raccontarti la storia del calzolaio che va in giro con le scarpe rotte e dirti che effettivamente è un po’ così: si curano spesso più i lavori dei clienti che quelli legati alla promozione di sé, ma quello che mi è successo è più simile a una crisi personale che non a una difficoltà di gestione del tempo.

La visione dei miei obiettivi si è offuscata: quello che vedevo in programma nel calendario editoriale non parlava più di me, mi apparteneva meno. Allo stesso tempo sentivo che mi mancavano le energie per rivedere la mia strategia, per iniziare quel complesso lavoro fatto di togliere, spazzare via, riassettare, ricostruire e ridare senso e direzione al lavoro.
C’era una creatura, che andava verso la vita giorno dopo giorno e mi chiedeva di crescere insieme a lei. Per 9 mesi ho avuto bisogno di contenere piuttosto che di espandere, di trattenere piuttosto che lasciare andare, di restare piuttosto che partire alla ricerca di nuove risposte, incluse quelle alla domanda che ogni tanto è bene farsi: cosa vogliamo dire con la nostra comunicazione, a chi e perché?

Silence, please

Ciò non toglie che la scelta del silenzio, il non raccontare perché ci si assenta, sia un errore.
Uno di quelli che ti troverai poi a giustificare di fronte alle richieste in privato di spiegazioni.
“Ehi, che fine hai fatto?”.
“Va tutto bene?”.


Quindi ecco, quando ti fermi spiegalo il senso di quelle pause.

Ma se per caso non lo fai, non succede nulla.
Ti rimetterai in carreggiata con la serenità di chi indossa uno dei miei vestiti preferiti: l’indulgenza verso sé stessi. È che a volte serve lasciare andare la paura del non esserci, di perdere contatti, lavori, eventi, terreno per guadagnare l’accesso a un tempo rinnovato, quello in cui sei tu di nuovo al centro, anche se sei cambiata.
Ritrovarsi è la cosa davvero importante.

La nascita di Beatrice

L’8 luglio è nata Beatrice e con lei è nata una stanza del tesoro nel mio mondo interiore.
Il cambio di vita è stato planetario, come quando ti dicono che Giove si sposta e dà il via a un’era completamente nuova.
Ti svegli e capisci che non ci saranno più quelle mattine, quelle in cui ti giri e c’è lui e ci sei tu, ed è domenica e ve la prendete comoda, con una colazione al sole, due risate e le ore perse tra quei “Ma se il prossimo weekend facessimo…?”… “E se andassimo…?”, “E se chiedessimo a lui e lei di unirsi?“… 
C’è una bambina dagli occhi profondi che ti chiama a un nuovo equilibrio e un danza tra pannolini, notti insonni, latte e tin tin dei primi giochini. Sorrisi, paura di svegliarla che finalmente ha preso sonno.
“Oh no piange di nuovo”.
“Ma hai visto quanto è dolce?”.
“Sai che oggi ha riso per la prima volta?”.
C’è lei.
C’è anche lei.

La quinta stagione

E poi sì, c’è la voglia di rientrare al lavoro.
E quindi si ricomincia, in questo ottobre che per me non assomiglia a un autunno ma a una quinta stagione.
Non tra le più facili, per carità, ma di sicuro appassionante, per ora stancante ma vitale.
Tutto questo per dire che, ehi, sono tornata, come si torna dopo un lungo viaggio, negli spazi cari. Questo blog, la newsletter, i miei canali, verranno poco a poco ripopolati di contenuti, perché sì, mi è mancato esserci.